Un anno senza Internet: “ecco come la mia vita è cambiata”
Off-Topic
19 giugno 2013
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Un anno senza Internet: “ecco come la mia vita è cambiata”

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Mi chiamo Paul Miller. Un anno fa’ ho abbandonato Internet. Pensavo mi rendesse improduttivo. Credevo non avesse un reale significato. E soprattutto, pensavo stesse “corrompendo la mia anima”.

È passato un anno dall’ultima volta che ho “navigato sul web” o “letto le mie e-mail” o messo “mi piace” a qualcosa cliccando un banale “pollice su”. Ho imparato a stare scollegato, così come avevo pianificato. Sono libero da Internet.

E adesso immagino che dovrei raccontarvi di come questo abbia risolto tutti i miei problemi. Di come dovrei essere illuminato. Di come dovrei essere più “reale”, adesso. Più perfetto.

Ma invece sono le 8 di sera e mi sono appena svegliato. Ho dormito tutto il giorno e al risveglio ho trovato otto messaggi in segreteria, di amici e colleghi che mi avevano cercato.

Mi sono vestito e mi sono recato in una caffetteria vicino casa per cenare. Una partita di baseball in TV, due giornali, una copia del quotidiano “The New Yorker”. E adesso sto guardando Toy Story mentre osservo il cursore lampeggiante di questo documento di testo, quasi col desiderio che scriva da solo, che generi da solo le geniali idee che la mia vita ha tentato invano di produrre, fallendo inesorabilmente.

Non era questo il Paul che volevo incontrare alla fine di questo lungo viaggio durato un anno.

All’inizio del 2012 avevo 26 anni ed ero totalmente bruciato. Volevo staccare la spina dalla vita moderna — la ruota per criceti di una casella di posta elettronica, il costante e irrefrenabile flusso di informazioni dal World Wide Web che ha prosciugato tutta la mia sanità mentale. Volevo scappare.

Pensavo che internet fosse qualcosa di “innaturale” per noi esseri umani, o quantomeno per me. Forse ero fin troppo internet-dipendente per controllarlo, o troppo impulsivo per ridurne l’uso. Ho usato internet sin da quando avevo vent’anni e, come mezzo di sostentamento economico, da quando ne avevo quattordici. Sono passato dal fare lo strillone, il ragazzino che distribuiva i giornali nel quartiere, al web designer e al blogger in meno di un decennio. Non conoscevo me stesso in un contesto che non fosse quello dello star seduto davanti a un PC, in una scrivania, a scrivere e ricercare informazioni in un ciclo senza fine. Mi chiedevo cos’altro c’era da vivere. La “vita reale”, forse, stava lì ad aspettarmi dall’altra parte del web.

I miei piani erano quelli di lasciare il lavoro, andare a vivere con i miei genitori, leggere libri, scrivere libri e bighellonare nel tempo libero. Trovare il vero Paul, lontano dal caos e dal rumore, e diventare un “me” migliore.

Il destino volle che The Verge mi pagasse per abbandonare internet. Ciò mi ha consentito di stare in un appartamento a New York e condividere con il mondo la mia nuova vita da persona libera dalla tecnologia.

Il mio scopo era quello di scoprire cosa internet mi aveva fatto in tutti questi anni. Capire Internet studiandone la struttura e il funzionamento “a distanza”, in maniera distaccata e imparziale. Non sarei diventato semplicemente una persona migliore, ma avrei aiutato noi tutti a diventare persone migliori. E solo quando avremmo finalmente capito come internet ci stesse rovinando, avremmo finalmente potuto ricominciare a lottare e a vivere.

Alle 23:59 del 30 aprile 2012 ho scollegato il cavo Ethernet, spento qualsiasi connessione Wi-Fi, e scambiato il mio smartphone per un tradizionale cellulare. Sentivo una bellissima sensazione interiore. Mi sentivo libero.

Un paio di settimane dopo, ho ritrovato me stesso tra oltre 60.000 ebrei ortodossi, i quali si trovavano al Citi Field di New York per imparare dai più eccelsi rabbini del mondo i pericoli causati da internet. Fuori dallo stadio, sono stato fermato da un uomo, il quale era entusiasta di incontrarmi. In fondo, le ragioni per le quali avevo scelto di evitare internet erano per certi versi affini alle preoccupazioni che la sua religione riversava verso il mondo moderno.

“Sta riprogrammando le nostre relazioni, le nostre emozioni, la nostra sensibilità”, disse uno dei rabbini all’evento. Annienta la nostra pazienza. Trasforma i bambini in vegetali che fanno “click” ad ogni post.

Il mio nuovo amico fuori dallo stadio mi incoraggiò a fare quante più cose possibili, a “fermarmi e annusare i fiori”.

Era qualcosa di strabiliante.

 

Ho fatto un sogno

E lasciate che ve lo dica, ogni cosa iniziò al meglio. Mi fermai ad annusare i fiori. La mia vita era piena di eventi strepitosi: incontri dal vivo, frisbee, passeggiate in bicicletta, letteratura greca. Senza una chiara idea di come avessi fatto, scrissi metà del mio romanzo, e un saggio breve da inviare a The Verge ogni settimana. Persino il mio capo al lavoro era colpito e basito di quanto scrivessi ogni giorno. Non era mai accaduto che io scrivessi così tanto prima di allora.

Ho perso 15 libbre (6.80 kg) senza diete o altro. Ho comprato alcuni vestiti nuovi. La gente mi riempiva sempre di complimenti, dicendomi di quanto stessi bene.

Ero un po’ annoiato, un po’ solo, ma l’ho trovato come un meraviglioso e positivo cambiamento. Ad agosto scrissi. “è la noia e la mancanza di stimoli che mi porta a fare cose di cui veramente mi interessa, come scrivere e passare del tempo con altre persone”.

Con la mia testa libera da ogni distrazione, la mia concentrazione era ora aumentata. Nei primi mesi 10 pagine dell’Odissea erano una batosta, mentre ora riesco a leggerne 100 in una volta.

Ho imparato ad apprezzare un’idea che non può essere riassunta in un post, ma che invece necessita di un numero di parole che grosso modo possono essere comparabili alla stesura di un romanzo. Allontanandomi dall’eco della voce di internet, ho trovato le mie idee espandersi e prendere nuove direzioni. Mi sono sentito diverso, un po’ eccentrico. E mi piaceva.

Senza l’utilizzo di uno smartphone, ero costretto ad uscire dal mio guscio e ad affrontare situazioni sociali differenti. Non potendo più avere tutte le mie interazioni su Twitter, sono stato costretto a trovarne nella vita reale. Mia sorella, che da sempre era frustrata nel parlarmi, dato che il più delle volte ero sempre disattento e per metò facevo “altro” al pc, adesso adora il modo in cui le parlo. Dice che sembro meno distaccato emozionalmente e più attento a quello che ha da dirmi.

Inoltre, e non so se questo possa avere qualcosa a che vedere, ho pianto guardando “Les Miserables”.

Sembrava quindi, nei primi mesi, che la mia ipotesi fosse giusta. Internet mi aveva sempre tenuto distante dal vero me, dal Paul migliore. Avevo staccato la spina e trovato la luce.

 

Un passo indietro nella realtà

Quando abbandonai internet, mi aspettavo che i titoli dei miei articoli fossero qualcosa del tipo “Ho usato una mappa di carta oggi, ed è stato esilarante!”, oppure “Block notes, cosa diamine sono?!”, o ancora “Qualcuno ha una copia offline di Wikipidia da prestarmi?”. Ma così non è stato.

Per la maggior parte, gli aspetti pratici di questo anno senza tecnologia non sono si sono rivelati particolarmente difficoltosi. Non ho avuto nessun problema a spostarmi in giro per New York usando il senso dell’orientamento, e ho comprato delle mappe di carta per spostarmi in altri posti. Anche i libri in carta si sono rivelati fantastici. E se dovevo comprare dei biglietti aerei, non facevo nessun confronto dei prezzi online. Semplicemente chiamavo l’agenzia Delta e prendevo ciò che offrivano.

Inoltre, molte delle cose che ho imparato potevano benissimo essere realizzate con o senza internet — non c’è bisogno di staccare la spina da internet per realizzare che la propria sorella ha dei sentimenti.

Ma un grande cambiamento va sul fronte “posta”. Ho avuto la mia prima cassetta delle lettere quest’anno, e non potete immaginare la gioia che provavo ogni volta che vedevo la cassetta piena di lettere dei lettori. È qualcosa di tangibile, qualcosa che difficilmente si può simulare con una e-mail.

In una lettera particolarmente ordinata e curata, una ragazza ha scritto: “Grazie per aver abbandonato internet”. Ma non era scritto come un insulto, ma piuttosto come un complimento. Quella lettera ha significato come un mondo intero per me.

Ma subito dopo ho avvertito una piccola angoscia interiore, dato che non le ho potuto rispondere.

Inoltre, per una qualche ragione, andare all’ufficio postale sembrava quasi come se fosse “lavoro”. Ho iniziato a trascurare le lettere e quasi ad ignorarle.

Una dozzina di lettere al giorno era, più o meno, come un centinaio di e-mail al giorno. Ed è così che andò anche in molti altri aspetti della mia vita. Un buon libro richiedeva comunque motivazione per essere letto, indipendente dal fatto che avessi internet o meno. E uscire di casa con altre persone richiedeva più determinazione di prima.

Verso la fine del 2012, ho abbandonato i miei svaghi offline, le abitudini riscoperte nella vita lontano da internet. Anziché prendere la noia e la mancanza di stimoli e trasformarli in apprendimento e creatività, mi sono trasformato in una parassita, vivendo in modo passivo come un vero e proprio rifiuto della società.

Niente più passeggiate in bicicletta, mentre la polvere si accatasta sul mio frisbee. Certe settimane non esco fuori con altre persone più di una volta. Il mio habitat preferito è il divano. Tengo i piedi poggiati sul tavolino da salotto, gioco ai videogiochi, ascolto audiolibri.

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Persone che hanno bisogno di persone

Ergo, anche senza internet le scelte morali non sono tanto diverse. Le cose pratiche come le mappe di carta e gli acquisti nei negozi anziché online, scocciano senza troppe difficoltà. È più difficile fare una telefonata che mandare una e-mail. È più facile messaggiare, usare Skype o FaceTime, piuttosto che andare a casa di qualcuno. Non che questi ostacoli siano insuperabili, sia chiaro. Io stesso li ho superati, ma non è durata.

È difficile affermare con esattezza cos’è cambiato. Immagino che nei primi mesi sia stato piacevole per via dell’assenza della pressione esercitata da internet. La mia libertà era tangibile. Ma nel momento in cui ho smesso di guardare la mia vita dall’ottica del “non uso internet” e la mia vita offline è diventata mondana, tutti i lati più negativi della mia persona hanno iniziato ad emergere.

Potrei stare a casa per giornate intere, e più giorni consecutivamente. Il mio telefono morire, e nessuno avere segni di vita da me. Considerate che, ad un certo punto, i miei genitori si sono domandati se fossi ancora vivo e hanno mandato mia sorella al mio appartamento per controllare. Su internet era facile assicurare alle persone che fossi vivo e sano, era facile collaborare con i miei colleghi, era facile essere un elemento rilevante della società.

Un sacco di inchiostro è stato utilizzato per deridere il falso concetto di un “amico su Facebook”, ma vi posso assicurare che un “amico su Facebook” è meglio di niente.

Il mio miglior amico a distanza, con il quale mi sentivo ogni settimana al telefono da anni, s’è spostato in Cina quest’anno e non ho più saputo niente di lui. Il mio miglior amico di New York è sfumato via nel suo lavoro, e ho fallito qualsiasi tentativo di mantenere attivo il nostro rapporto sociale.

Ero diventato asincrono con l’interrompibile flusso della vita.

Lo scorso Marzo sono andato, ironicamente, a una conferenza a New York chiamata “Teorizzando il Web”. Durante la conferenza provai, inizialmente, una sensazione di compiacenza interiore, dal momento che stavo vivendo in prima persona un’esperienza di totale distacco da internet. Poi iniziai un po’ ad annoiarmi, dato che non si parlava altro che di teorie, mere teorie. Teorie che assumevano come internet fosse in qualsiasi cosa.

Ma poi mi ritrovai a parlare con Nathan Jurgenson, uno degli organizzatori della conferenza. Parlando con lui, una sua frase rimase particolarmente impressa dentro di me: c’è molta “realtà” nel virtuale, e c’è molto “virtuale” nella realtà. Quando utilizziamo un telefono o un computer, siamo sempre esseri umani in carne ed ossa, che occupano tempo e spazio. Quando ci troviamo in un campo da qualche parte, con i nostri smartphone lontani da noi, internet continua ad influenzare il nostro modo di pensare. “Quando torno a casa, lo condividerò su Facebook?”.

La mia idea era quella di lasciare internet per trovare il vero Paul e stare in contatto col mondo reale, ma il vero Paul e il mondo reale sono già inestricabilmente collegati a internet. Con questo non voglio dire che la mia vita non fosse diversa senza internet. Semplicemente non era la vita reale.

 

Tempo per la famiglia

Un paio di settimane fa’ mi trovavo in Colorado, per vedere mio fratello prima che partisse in missione con le forza aeree per il Qatar. Ha dei figli, tra cui una bambina di cinque anni, Kacia, che prima di allora avevo solo visto in foto inviatemi da mia sorella.

Ho passato una giornata con mio fratello e il giorno dopo l’ho accompagnato all’aeroporto. Lo guardavo con aria incredula mentre baciava sua moglie e sua figlia salutandole. Non sembrava vero che dovesse partire. Agli occhi dei figli appariva come un eroe, e odiavo il fatto che per sei mesi dovesse stare lontano da loro.

I miei colleghi di lavoro, Jordan e Stephen, sono venuti in Colorado per intraprendere insieme un viaggio di ritorno verso New York. L’idea era quella di girare un piccolo documentario sull’anno senza internet appena trascorso e passare le ore in macchina a parlare di quanto avevamo passato e di quel che ci aspettava.

Prima di partire, ho trascorso un po’ più di tempo con i bambini, dando una mano alla mia sorella adottiva e facendo del mio meglio per cercare di essere un super-zio. Dopodiché siamo dovuti partire.

Durante la strada, Jordan e Stephen mi hanno posto alcune domande. “Non pensi di essere troppo duro con te stesso?” Si. “Pensi sia stato un anno di successo? No. “Cosa hai intenzione di fare quando tornerai ad usare internet?” Voglio fare qualcosa per gli altri.

Ci fermammo a Huntington, nel West Virginia, per incontrare un mio eroe, Justin McElroy, editore del sito web Polygon. A Washington DC mi incontrai poi con Nathan Jurgenson, l’organizzatore del famoso evento sul web tenutosi a New York. Non vedevo come avrei potuto avere successo online, quando avevo miseramente fallito offline. Chiesi quindi consiglio.

Quel che so per certo è che non posso criticare o incolpare internet, per i miei problemi. Le priorità che ho adesso sono le stesse che avevo prima di lasciare internet: famiglia, amici, lavoro. E non ho nessuna garanzia di rimanere in contatto con loro quando tornerò ad utilizzare internet — probabilmente non lo farò, in tutta sincerità. Ma alla fine saprò che non è internet il problema. Saprò chi è il responsabile e chi può sistemare le cose.

Giovedì in tarda serata, per l’ultima tappa del viaggio, ci fermammo di fianco al fiume che bagna New York, per dare un’ultima occhiata alla skyline di Manhattan vista dal New Jersey. Era una notte fredda, il cielo era sereno, e mi misi di spalle al fiume per cercare di fare una foto. Ero così vicino a New York. Ho atteso a lungo per la confortevole solitudine del mio appartamento e adesso mancava davvero poco per il ritorno in isolamento.

Fra due settimane sarei ritornato online, su internet. Mi sentivo come un fallito. Come se stessi mollando ancora una volta. Ma sapevo che internet era ciò cui appartenevo.

 

Ore 00:00, 1 maggio 2013

Ho letto talmente tanti di quei post, articoli e libri riguardo internet e di come esso ci renda tristi, stupidi, o tristi e stupidi, che ho iniziato a crederci. Volevo rendermi conto di cosa internet mi stesse facendo, per poter ritornare a lottare e a vivere. Ma internet non è una persecuzione individuale, ma piuttosto qualcosa che facciamo assieme agli altri. Internet è dove sono le persone.

Nel mio ultimo pomeriggio in Colorado, mi sono seduto accanto alla mia nipotina di cinque anni, Keziah, e ho provato a spiegarle cos’è internet. Non aveva mai sentito parlare di internet, ma conosceva molto bene Skype, dal momento che lo utilizza il nonno. Le ho chiesto se s’era domandata come mai non le avessi mai fatto una videochiamata su Skype quest’anno. Mi rispose di sì.

“Pensavo che non volessi”, mi disse.

Con le lacrime agli occhi, le disegnai uno schizzo su cosa internet fosse. Era un insieme di computer, telefoni e televisori, con piccole linee che collegavano gli uni con gli altri. “Queste linee sono internet”. Le mostrai il mio computer, disegnai una linea verso di esso e poi la cancellai.

“Ho passato l’ultimo anno senza usare internet”, le dissi. “Ma adesso riprenderò ad utilizzarlo e potremo fare di nuovo le videochiamate e vederci su Skype”.

Quando ricomincierò ad utilizzare internet, potrei non utilizzarlo come dovrei. Potrei perdere del tempo, o distrarmi, o cliccare su tutti i link sbagliati. Non avrò abbastanza tempo per leggere o scrivere il migliore romanzo fantascientifico americano.

Ma almeno sarò connesso.

Via | The Verge

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2 Commenti

  1. melani86 scrive:

    a volte ci vogliono scelte così drastiche per capire quali sono le cose che contano nella vita…..

  2. MarcocraM scrive:

    Certo che ci vuole coraggio… io non ce la farei per un giorno, figuriamoci un anno!

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